Ci vuole un po' di fantasia, perché la situazione è un po' difficile da descrivere, ma ci provo. Ticino. Domenica pomeriggio siamo io e Lui. E' la prima volta che ci vado. Non ci sono mai stato nonostante viva a Milano da ormai più di 20 anni. Si prende il sole lungo e nel greto del fiume. A seconda di quanta acqua carica. Però non essendoci mai stato non lo so, di fatto, com'è la situazione in genere. So come lo era domenica 5 luglio. Arriviamo in automobile. Ovviamente non ci piace e non ci interessa la zona piena di gente. No, noi due vogliamo andare a finire dove c'è poca umanità, dove il fiume è bello, dove la natura è incontaminata, dove si può prendere il sole nudi, dove non ci sono zanzare. Praticamente in un altro posto. Ma non ci arrendiamo. Arriviamo in automobile. Parcheggiamo. Siamo finiti in una budello del fiume molto stretto, abbastanza profondo con poche persone tutte sulla stessa sponda incastrate tra la ghiaia, a prendere sole, spalmarsi creme, guardare due imbecilli che guadano il rigagnolo come fosse il Mississippi, pronti ad immergersi nella nota selva del Ticino. Due poveretti, insomma. Ma ce la facciamo: attraversiamo il rigagnolo (un'operazione di 10 secondi, forse meno) e ci perdiamo nella nostra natura a cambiare posto almeno tre volte, orizzonti, luci, colori. Poi, dopo un paio di orette torniamo al solito punto: siamo dall'altra parte del fiumiciattolo, la gente nel frattempo è aumentata, noi siamo accaldati, rossi e traballanti in bilico tra la ghiaia scoscesa e l'acqua, timorosi di perdere l'equilibrio. Siamo in costume, il mio è giallo, e ho la salvietta a modi pareo. Lui ha la borsa strapiena di giornali, creme, pesche, acqua a tracolla, una maglietta e un costume color ciclamino piccolo e stretto come il mio. Di colpo mi rendo conto di essere in trappola. Io e lui siamo in pasto alle retine della folla dall'altra parte della sponda pronta a mangiare con lo sguardo qualsiasi cosa le passi davanti, anche Renato e Albin in versione padana. Abbiamo tutti i loro occhi addosso. I costumi diventano ancora più piccoli, noi eterei e delicati come due petali di rosa caduti in una stalla. Non abbiamo alternativa, lì con le nostre movenze caracollanti e la nostra abbronzatura integrale non c'è scampo. Si può solo resistere, resistere e resistere. Per non sprofondare nel ridicolo. Di colpo prendo in mano la situazione, mi faccio dare la borsa, me la metto in testa e attraverso il rigagnolo come Indiana Jones in una delle sue tante ricerche. Arrivo dall'altra parte, con la fronte grondante di mascolinità e testosterone. Mi giro e vedo lui con i mie ray ban bianchi che mentre si mette la maglietta intorno alla fronte, modi fascia da aerobica di Jane Fonda, timidamente si immerge nella pozza per attraversarla. Lamentandosi ad alta voce di quanto sia fredda l'acqua. E di colpo, in quel preciso istante che mi giunge nell'orecchio il suo lamento, so che nei posti di lavoro dei nostri vicini (anche solo se per poco tempo) di sponda, per qualche giorno a venire si parlerà di noi. Ne sono certo. Nano nanolunedì, luglio 06, 2009
Dall'altra sponda
Ci vuole un po' di fantasia, perché la situazione è un po' difficile da descrivere, ma ci provo. Ticino. Domenica pomeriggio siamo io e Lui. E' la prima volta che ci vado. Non ci sono mai stato nonostante viva a Milano da ormai più di 20 anni. Si prende il sole lungo e nel greto del fiume. A seconda di quanta acqua carica. Però non essendoci mai stato non lo so, di fatto, com'è la situazione in genere. So come lo era domenica 5 luglio. Arriviamo in automobile. Ovviamente non ci piace e non ci interessa la zona piena di gente. No, noi due vogliamo andare a finire dove c'è poca umanità, dove il fiume è bello, dove la natura è incontaminata, dove si può prendere il sole nudi, dove non ci sono zanzare. Praticamente in un altro posto. Ma non ci arrendiamo. Arriviamo in automobile. Parcheggiamo. Siamo finiti in una budello del fiume molto stretto, abbastanza profondo con poche persone tutte sulla stessa sponda incastrate tra la ghiaia, a prendere sole, spalmarsi creme, guardare due imbecilli che guadano il rigagnolo come fosse il Mississippi, pronti ad immergersi nella nota selva del Ticino. Due poveretti, insomma. Ma ce la facciamo: attraversiamo il rigagnolo (un'operazione di 10 secondi, forse meno) e ci perdiamo nella nostra natura a cambiare posto almeno tre volte, orizzonti, luci, colori. Poi, dopo un paio di orette torniamo al solito punto: siamo dall'altra parte del fiumiciattolo, la gente nel frattempo è aumentata, noi siamo accaldati, rossi e traballanti in bilico tra la ghiaia scoscesa e l'acqua, timorosi di perdere l'equilibrio. Siamo in costume, il mio è giallo, e ho la salvietta a modi pareo. Lui ha la borsa strapiena di giornali, creme, pesche, acqua a tracolla, una maglietta e un costume color ciclamino piccolo e stretto come il mio. Di colpo mi rendo conto di essere in trappola. Io e lui siamo in pasto alle retine della folla dall'altra parte della sponda pronta a mangiare con lo sguardo qualsiasi cosa le passi davanti, anche Renato e Albin in versione padana. Abbiamo tutti i loro occhi addosso. I costumi diventano ancora più piccoli, noi eterei e delicati come due petali di rosa caduti in una stalla. Non abbiamo alternativa, lì con le nostre movenze caracollanti e la nostra abbronzatura integrale non c'è scampo. Si può solo resistere, resistere e resistere. Per non sprofondare nel ridicolo. Di colpo prendo in mano la situazione, mi faccio dare la borsa, me la metto in testa e attraverso il rigagnolo come Indiana Jones in una delle sue tante ricerche. Arrivo dall'altra parte, con la fronte grondante di mascolinità e testosterone. Mi giro e vedo lui con i mie ray ban bianchi che mentre si mette la maglietta intorno alla fronte, modi fascia da aerobica di Jane Fonda, timidamente si immerge nella pozza per attraversarla. Lamentandosi ad alta voce di quanto sia fredda l'acqua. E di colpo, in quel preciso istante che mi giunge nell'orecchio il suo lamento, so che nei posti di lavoro dei nostri vicini (anche solo se per poco tempo) di sponda, per qualche giorno a venire si parlerà di noi. Ne sono certo. Nano nanomercoledì, luglio 01, 2009
Michael e Kakà
Non so perché ma quando ho visto il servizio su Telecinco dell'arrivo a Madrid di Kakà ho pensato a Michael Jackson, alla musica, al calcio, ai paesi cattolici e a quelli che lo sono meno. Le mie sinapsi fumavano. Per poco, grazie a Dio. La notizia è semplice semplice: allo stadio Bernabeu di Madrid sono arrivate 40 mila tifosi del Real per salutare il calciatore brasiliano. A Los Angeles (e in tutto il mondo) migliaia di persone si sono riunite per ricordare il loro idolo. Ovvio, lì' nello stadio dei mondiali '82 c'era un arrivo, nella città degli angeli una partenza, azioni che comportano diversi umori. Va da sé. Per questo il mio umore era tutto per Michael e per i suoi fans lacrimanti e disperati, mentre gli sguaiati madrileni mi facevano pena: lì che si sgolavano al microfono come bestie assetate di sacrifici, illusi che il loro eroe possa in futuro, tamponare vuoti e paure e portare la felicità eterna. Ma è impossibile: il loro asso a volte c'è a volte no, a volte fa goal a altre no, può far vincere ma anche perdere. E' in bilico, insomma. La musica di Michael no, quella c'è sempre. Basta accendere l'I pod, collegarsi a Youtube, mettere un cd nel computer, nel lettore o dove sia. La musica non tradisce. L'emozioni la riconoscono. Ecco la differenze tra i fans di Michael e di Kakà. Io che sono snob aggiungo: ecco la differenza tra il cuore e la desolazione, tra l'amore e qualcosa che ha a che fare, quasi sempre, con le proprie brutte frustrazioni. Nano nanogiovedì, giugno 25, 2009
Pressione alta
Non devo più dare confidenza a nessuno. Lo so. A cominciare dalle cassiere del mio supermercato. Devo bandirle dalla mia rotta per evitare derive poco gradite. Dopo una settimana al mare, torno e mi scapicollo a fare la spesa sotto casa. Sono palesemente abbronzato, magari non nerissimo, ma comunque abbronzato. Scendo, metto nel carrello quattro carabattolate alimentari, arrivo alla cassa. La ragazzina dai capelli neri e dagli occhi chiari mi sorride e mi dice: "Come stai?". Io baldanzoso rispondo: "Bene, grazie. Sono appena tornato da una settimana di mare". E lei: "Che bello". Io: "Scusa, ma non si vede dall'abbronzatura?". Lei: "No. Tu sei sempre un po' rosso in viso. Ma soffri di pressione alta?". Muto e con lo sguardo altrove mi sono ritirato nei miei appartamenti sognando uno sfigmomanometro. Nano nano
martedì, giugno 16, 2009
Pensiero fisso
Sto guardando Opercion triunfo, il programma cult di Telecinco (sì, qui a Mediaseeeeeeet, si vede Telecinco) condotto da Jesus Vazquez. Niente, su Canale 5, tanto per capire Amici live da Torino. Più o meno la stessa cosa. Ma non è questo che mi ha catturato l'attenzione. Quello che mi ha rapito sono le sopracciglia di tale Elias, concorrente del programma spagnolo. Non ho mai visto una cosa così orrenda. Lui canta e ha un appeal direttamente proporzionale ai peli rimasti attaccati sopra gli occhi: minimo. Ma si agita e gesticola come se il fascino lo investisse dal cielo. Mah. Mi chiedo: "Anche le sopracciglia pinzettate fanno parte dramma della globalizzazione?" Domani, in spiaggia, sarà il mio pensiero fisso. Lo prometto. Nanos nanos.(nella foto. Elias)
martedì, giugno 09, 2009
Io sono Scarlett e viva Noemi
Mi è bastata un chiacchiera telefonica per decidere di andare a votare. Mi è bastato sapere che il mio direttore votasse per andarci anche io e, in un certo senso, annullare il suo voto. Mi è bastato quello per scapicollarmi, tessera elettorale e carta d'identità in mano, nella scuola vicino a casa mia, per l'occasione diventata seggio elettorale. Mi è bastato quello per capire che a volte basta solo frenare, fermare, placcare, bloccare, per partecipare. Non solo vincere. Io ho placcato lui, lo so per certo. E mi basta per dire che ho fatto il mio dovere. Non andando a votare, quello è un dovere vetusto in una democrazia così povera come la nostra, ma fermando l'avanzata degli avvilenti. Ora mi sento Scarlett, che urla al (via col) vento "Domani è un altro giorno". Viva l'Italia, viva la Repubblica (intesa come quotidiano), viva Noemi. Nano nano (ma sì, con tacco 15, questa volta)
sabato, giugno 06, 2009
Io sono Rhett e viva l'Italia
No, non ci siamo. Ho deciso che non andrò a votare. Lo so, posso ancora cambiare idea. Ma mi sono sfracellato i coglioni di clown nani e catto-comunisti dal ciuffo tinto. Odio il circo, odio la chiesa. Da qualche anno sono riusciti anche a farmi odiare anche le minoranze (intese come politiche). Non voto. Credo che sia la prima volta. Mi dispiace. Tanto. E lo faccio con l'ansia di chi non riesce a capire il perché gli italiani sono così disperati da credere a quello che dice una vecchia checca liftingata, toupettata, taccata e inceronata. Lo faccio con l'ansia di chi ha sempre vissuto il voto come una forza e un caposaldo della democrazia. Ma ora, mi sembra di capire non è più così. E per questo non vado a votare. Perché non c'è più nessuna forza in quella croce, in quella scelta, in quella opzione. Non c'è anima in quelle fottute cabine elettorali. Non c'è più democrazia in questo passivo sonnecchiamento. E quindi, come dice Rhett se l'Italia va alla deriva, "francamente me ne infischio". Vediamo se facendo così faccio pace con i miei connazionali. E' un atto egoistico il mio, lo so. Sono pusillanime misero e meschino come Crash ed Eddie i due opossum dell'Era glaciale. Appunto. Finalmente mi sento un vero italiano. Viva l'Italia. Nano nano (ma senza tacchi, cerone, lifting e toupet)
lunedì, maggio 25, 2009
Senza criniera
"Vivono in Patagonia a alle Malvine ma, per trovare cibo, si devono spingere spesso fino al Brasile. Da dove non riescono più a tornare. Così rischiano di estinguersi. Colpa del riscaldamento globale, della pesca o di cos'altro?"Leggo sul Venerdì di repubblica. Generalmente gli animali mi stanno indifferenti tanto quanto il pensiero del papa. Per capirci. Pochi di loro attirano la mia attenzione e la mia tenerezza. I pinguini, sono tra questi. Li amo, e non ho mai capito il perché. Li trovo naif e buffi. Forse per il fatto che camminino su due zampe mi ricordano gli umani, però in versione muta. Cosa che li rende fantastici, appunto. Va beh... amen. I pinguini, dicevo. Sì questi che perdono la strada e che non sanno più tornare mi ricordano me. E mi vedo in Brasile disperato che non so da che parte girarmi, solo, che chiedo aiuto e nessuno mi sente. Io, il pinguino Alberto. Per l'occasione senza criniera. Che meraviglia. Nano nano
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